martedì 16 febbraio 2010

Mi fai una domanda su Avatar?

Un'intervista a Enrico Piscitelli, enpi, e-. Quello di MilanoRomaTrani, quello che ha pubblicato racconti un po' ovunque sul web e sui fogli di carta, quello che ha curato un'antologia memorabile, quello che cura la collana di "narrativa densa" novevolt insieme a Alessandro Raveggi.
Enrico Piscitelli.
Se volete vedere due maschi bianchi italiani tra i ventuno e i cinquatacinque anni che parlano di e-book, responsabilità, i Puffi, il Mondo, Guy Debord, Linus, umiltà, necessità, assenza di epos e un sacco di altre cose e non si capisce mai bene quello che dicono, be', non so che dirvi.
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GB: L'altra notte ho sognato l'iPad [era sulla mia libreria, sembrava una di quelle cornici per vedere le foto digitali e poi lo prendevo e dicevo "Ma aspetta, questo è un iPad!" e pensavo "Possibile? Pubblicità nei sogni?"]. Secondo te è normale?
 
ENRICO PISCITELLI: Pensa che il mio sogno ricorrente è che mi manca un esame per laurearmi. E ho la sensazione certa che non riuscirò mai a farlo. E sento la pressione, addosso. Immagino sia perché non ho usato la mia laurea, ma l’ho buttata nel cesso per fare altro. L’iPad è un oggetto inutile, dal design vecchio. Non è un e-reader, perché, come dice Ernesto Baj su «MilanoRomaTrani», ha un desplay lcd retroilluminato, mentre i veri e-reader simulano la carta inchiostrata, e non affaticano la lettura. L’iPad è un grosso iPhone che non telefona, e costa un sacco di soldi: l’unico modo per venderlo è comprare spazi pubblicitari nei sogni dei consumatori. Un normale netbook fa le stesse cose di un iPad, le fa meglio, ha una tastiera, ha un sacco di porte usb (l’iPad nemmeno una), è più pratico, e costa meno della metà. Apple ha semplicemente comperato uno spazio, dalla concessionaria di pubblicità che gestisce i tuoi sogni. Debord l’ha detto nel 1967: “L’appagamento che la merce abbondante non può più dare nell’uso si riduce a essere ricercato nel riconoscimento del suo valore in quanto merce: è l’uso della merce che basta a sé stesso […]. Si propagano così a gran velo¬cità ondate d’entusiasmo per un dato prodotto, sostenuto e rilanciato da tutti i mezzi di informazione” [La società dello spettacolo, #67]. Guy Deobord, poi, s’è sparato in testa, con un fucile, nel 1994. Dieci anni prima Apple aveva lanciato il Mac, con un celebre spot ispirato a 1984 di Orwell: libertà, secondo Steve Jobs, è poter comprare una merce piuttosto che un’altra. Ormai la libertà – lo scriveva anche Terzani – è scegliere quale marca di dentifricio comprare al supermercato. Ma, se leggi la composizone, sul retro, ti accorgi che un dentrificio vale l’altro.

GB: Per quanto mi riguarda, compro sempre il denifricio che costa di meno [basta che non sia alle erbe. E che non abbia i microgranuli]. Dell'iPad, nonostante i difetti, secondo me c'è da tenere in considerazione il potenziale big-brotherly [l'ho appena inventato] del marketing Apple. Ho letto da qualche parte che come con l'iPod son tutti diventati critici musicali, con l'iPad c'è il rischio che diventino tutti critici letterari. Ora, spero rimanga solo una battuta, ma potrebbe essere che un oggetto "magico e rivoluzionario" [Jobs dixit] come l'iPad convinca un sacco di gente che leggere l'ultimo romanzo di Paolo Giordano su uno schermo retro-illuminato in metropolitana sia non solo meglio che farlo su Kindle o su carta, ma che sia meglio che non farlo per niente?

EP: Ok, domanda lunga: risposta breve. Sì, è vero, l’iPad ha già smosso le acque. Le grosse case editrici stanno digitalizzando il catalogo. Molti avranno un supporto con cui leggere (male) gli e-book. Ma è questo che vogliamo? Narrativa su iPad, agli stessi prezzi di un libro di carta? Io sono decisamente a favore del copyleft e delle autoproduzioni. Spero anche in una grossa diffusione del libro digitale. Vorrei che Camilleri vendesse, in proprio, dal suo sito, i libri di Montalbano. Vorrei uno Stato – e un ministro della Cultura – che (anziché dare contributi per l’acquisto dei televisori, dei decoder per il digitale terrestre, o per le automobili) sovvenzionasse l’acquisto di un e-reader, per esempio. Uno vero, a costi contenuti. Ma la Cultura – è evidente – non è una priorità in questo Paese.

GB: Il critico di Linus [a proposito, questo mese su Linus c'è un racconto di Giulia Ottaviano] riguardo a Avatar [l'hai visto?] scrive: "Il mezzo è il messaggio? Per niente. Sicché il messaggio è ancora il mezzo." Questo mi ha fatto pensare agli e-book [a quanto pare Apple ha comprato anche le mie analogie]. Voglio dire, tralasciando tutta la faccenda hardware, è possibile che il problema degli e-book [oltre agli editori] sia che "il messaggio è ancora il mezzo"? Se non ha molto senso, almeno per me, leggere Tristram Shandy su Kindle [meno di leggere Giordano su iPad], quale può [potrà, potrebbe] essere il libro-Kindle? L'e-book nato per essere un e-book?


EP: Allora: al posto tuo, la smetterei di bere mentre scrivi le domande. Io, per esempio, bevo solo quando fa buio, mai di giorno – va be’, ogni tanto... Tornando alla domanda: Avatar l’ho visto, e l’ho visto in 3d. Qualcuno ha detto che è un bel film. Altri che è “copiato” da Pocahontas, L’ultimo dei Mohicani, L’ultimo samurai, Balla coi lupi e compagnia bella. La verità è che Cameron ha copiato Peyo, il creatore dei Puffi, che poi si chiamano Schtroumpf. I Puffi sono blu, hanno una loro lingua, convivono con una Natura benigna, mangiano le puffbacche. Il cattivo, l’umano (tale Gargamella) crea in laboratorio un avatar, Puffetta. La crea per carpire informazioni, e per creare scompiglio. Alla fine, però, Puffetta diventa un vero puffo, e tradisce il suo creatore. Niente altro che la trama di Avatar.
Wikipedia alla mano, Peyo crea i Puffi negli anni Cinquanta; Les Aventures des Schtroumpfs, lungometraggio in bianco e nero, è del 1965 (chissà se Debord l’ha visto, prima di scrivere La società dello spettacolo...).
Ora: la novità – vera – di Avatar è proprio il 3d. Quando l’ho visto, ho pensato: finalmente. Finalmente l’animazione americana ha mantenuto la promessa che m’aveva fatto, quand’ero preadolescente. Per il resto, non mi ha particolarmente impressionato. Quindi sì, il mezzo è importante, almeno quando il messaggio è inesistente, o trito e ritrito. Venendo agli e-book: il libro digitale è perfetto per la manualistica, per i testi universitari, per i libri tecnici. Per la narrativa pura, il libro – di carta – resta un’invenzione geniale, difficilmente sostituibile. Un feticcio al quale siamo legati. Ma io, per dire, non posseggo tutti i libri che ho letto. E leggo spesso narrativa a video – per lavoro, ad esempio. Quindi, per me, immagino: il manuale del QarkXpress 8 e un buon libro di narrativa italiana sull’e-reader, mentre Nine Stories, o Altri libertini voglio continuare a sfogliarli, su carta.
(Ah: e complimenti a Giulia!)

GB: Abbiamo solo sfiorato [ops! Ho rovesciato tutto il Martini per terra] il tema e-book vs case editrici. La domanda è anche banale: cosa credi che succederà? Sembra che si vada a testa dritta verso il fallimento, con la vendita degli e-book allo stesso prezzo dei libri. Hai detto prima di Camilleri che vende il suo romanzo direttamente dal suo sito web [come i Radiohead hanno fatto col loro ultimo disco]. Fuor di parentesi, l'e-book potrebbe fare alle case editrici quello che il file mp3 ha fatto alle case discografiche [con ricadute - oltre che sui cattivi manager senza cuore - sul lavoro dei poveri e onesti editor]? Oppure si potrebbero inventare qualcosa che peggiori ancora la situazione, come l'editoria a pagamento nata dalla tecnologia print-on-demand?

EP: Al momento attuale, si possono solo immaginare degli scenari. Oggi tutti i classici sono già reperibili on-line, a costo zero. A settant’anni dalla morte di un autore – in Italia – un’opera diventa liberamente fruibile. Quindi chiunque può commercializzarla (o distribuirla gratuitamente). Molti libri (e molte scritture: non ci sono solo i libri) sono rilasciati con licenza Common Creative. E questo è un fatto. Un altro fatto è che c’è una grossa differenza fra gli mp3 e gli e-book (anche considerando l’e-pub, che è il formato più “libero”). L’mp3 è un formato compresso e comprime anche tutto l’ambaradan necessario per fruire della musica. Io ho ancora un “sistema hi-fi”: amplificatore, lettore cd, casse, cavi. Occupa un sacco di spazio, devo schiacciare due tasti, per accendere il lettore e l’amplificatore, mettere un cd per volta ecc. Con un lettore mp3 da dieci giga, collegato a una minuscola audiostation, ottengo una qualità molto simile, e musica per giorni e giorni.
Molto dipenderà dai lettori, dal loro prezzo, e da quanto bene sono/saranno in grado di simulare la carta stampata. Dalla loro diffusione.
Lo scenario che preferisco è questo: e-book di narrativa in vendita a 1, massimo 2 euro, manualistica a qualcosina in più, il resto liberamente scaricabile. L’editor – già malpagato – non è a rischio. Al massimo dovrà implementare le proprie capacità e intendersi anche di conversioni in e-pub. È l’editore tradizionale che rischia. E rischia grosso. In questo scenario – uno dei tanti possibili – a un autore affermato servirebbero solo un grafico/informatico e, sì, un editor di sua fiducia. E convertire un file di testo in un libro elettronico non è difficile, impaginare neppure. Quindi un’unica figura professionale potrebbe fare entrambe le cose [basta un editor con dei buoni software, insomma]. 

GB: Hai due volte in tre risposte tirato in ballo Debord. Ora ti racconto una storia su Debord. Ero lì in facoltà, dovevo dare un esame. Il professore [che manco a farlo apposta ha una rubrica su Linus] a un certo punto ha urlato: "Leggetevi Guy Debord, Cristo Santo!". Fine della storia su Debord.
Quello che voglio dire è: credi che il nostro problema sia [solo (?)] di non averlo letto? E con "nostro" intendo sia "del nostro mondo occidentale" sia "di noi giovani-che-oggi-abbiamo-il-potere-di-cambiare-il-mondo" [questa è perché La Collana della Regina è un blog di ventenni letto da trentenni e mi interessa il punto di vista del ricevente].


EP: Leggiti Guy Debord, Cristo Santo! Scherzi a parte: è già stato scritto tutto – e qui cito Boris Vian. Prima uno se ne rende conto, meglio è. Il mio non è un particolare gusto per le citazioni, sto solo riconoscendo che il Pensiero è sempre esistito, e qualcuno, ogni volta, in ogni secolo, si è preso la briga di renderlo contemporaneo al proprio Mondo, ai propri anni. È necessario, insomma, attualizzarlo, il Pensiero. Anche la tua domanda è stata già fatta, in mille modi diversi. Il più frequente è: a cosa servono i libri? [Anche nella versione: ma i libri servono a qualcosa?] Io credo che servano, i libri. Serve Debord e serve Hakim Bey. Non cambieranno il Mondo e non cambieranno chi li legge, ma servono a “riconoscersi”, a sentirsi meno soli. E anche a sentirsi meno unici e meno bravi e meno geniali. I libri dovrebbero insegnare l’umiltà. Davanti ad alcuni saggi, ad alcuni romanzi: bisogna togliersi il cappello.

GB: Sono con te sull’umiltà e tutto il resto. Il fatto è che io [insieme a non so quanti altri] sono un seguace del pensiero di Joel e Ethan Coen. Cioè, sono quello [non sempre, ma spesso] che a un certo punto del film dice: "Ommioddio, non c'è più niente da fare! No! Moriremo tutti! È la fine! È la fine!" e gli altri lo abbandonano nel burrone. Per dire, ieri parlavo con mia madre e lei come sempre mi rimproverava perché sono pigro e roba del genere che dicono le madri e io me ne sono uscito con: "Scusa, ma probabilente non troverò un lavoro per i prossimi sei anni" [che in effetti non è una buona giustificazione per essere pigri, adesso che ci penso].
Già non mi sento unico bravo e geniale, e mi va bene, ma a questo punto a che mi serve provare a sentirmi meno solo? 

EP: Non lo so. Prendi Il grande Lobowski. Credo che il film sia tutto nella segreteria telefonica di Drugo [in realtà: The Dude, “il tizio”]: “mmh, Drugo non è in casa, lasciate un messaggio”. Lasciamo e riceviamo messaggi. O scegliamo di non farlo. Ma non farlo è persino più doloroso.
Scoprire che Campanella, o Bacon, hanno scritto un rigo, una frase, un pensiero esattamente come li hai pensati tu, è lenitivo. E, allo stesso tempo, è una responsabilità che puoi scegliere di accollarti, o meno.
Dobbiamo, in sostanza, riempire quel segmento che va dalla nascita alla morte. Ecco: l’importante è riempirlo, in qualche modo. Drugo ha fatto la “rivoluzione” nei primissimi anni Settanta, ma si è accorto – credo – che le rivoluzioni non esistono, ma esistono solo dei brevi spazi di autonomia: tutto quello che fa è bere white russian, e giocare a bowling. Ma, in tutto il film, non tocca una palla da bowling. Ed è un modo rispettabile di vivere.
Quindi, sì: moriremo tutti. E, in fondo, è questo il bello. E la pigrizia può essere un pregio – che fretta c’è?

GB: Com’era quella cosmicomica? Il titolo mi sa che era Un segno nello spazio. Qfwfq a un certo punto non si ricorda più qual era il segno che aveva lasciato lui nell'Universo perché nel frattempo ne erano venuti fuori un sacco di altri.
Sulla responsabilità, la responsabilità della scrittura: per te è una cosa fondamentale? Mi sta venendo in mente un saggio di Tullio De Mauro che inizia così: "Parlare non è necessario. Scrivere lo è ancora meno". O forse si può scrivere, lasciare un segno, senza, per forza, sapere? Farlo e basta, come gli autori di best-seller che dicono: "Io racconto storie". 

EP: Ho il massimo rispetto per chi “racconta storie”. È intrattenimento, e chi lo fa a livello professionale – pagandoci le bollette, la spesa, e qualche birra la sera – fa un lavoro invidiabile. Se non ci fossero i bestseller, le opere più rischiose (artisticamente, e, quindi, economicamente) non potrebbero essere pubblicate, e poi l’epica è sempre esistita: le grandi narrazioni, i re e le principesse, gli amori terribili. Ha una funzione importante in un Sistema, educativa e a volte persino coercitiva – spesso, anche oggi, è uno strumento del Potere. Da lettore mi interessano di più i non-eroi, l’assenza di epos. Mi piacciono le storie senza storia, e le narrazioni che non sono legate necessariamente agli schemi classici – inizio, fine, topos, climax, anticlimax. Mi piace il racconto di un io, di un individuo, perché ci vedo il mio Tempo, chi siamo noi, oggi: privati del senso dell’appartenenza, a qualcosa e a qualcuno, infarciti di riferimenti pop, senza conoscere realmente nulla – tanti Bart e Lisa Simpson, che abbracciano il televisore perché è lui, il televisore a tubo catodico, che li ha cresciuti.
Molti ripetono all’infinito l’eco sconsolata e sconsolante di ciò che passano i media. Solo alcuni scrivono belle storie, importanti. Ma tutti – e dico tutti – sono liberi di scrivere. Io, personalmente, mi pongo il problema: devo davvero scrivere? A volte la risposta è stata, è: sì – poche volte, a dire il vero. Ecco: in quei casi scrivere è piacevole, è una specie di trans necessaria. Fa bene. Ma è necessaria solo a me, e non al Mondo.

GB: Dunque, siamo alla domanda numero otto. Avevo deciso che sarebbero state dieci, ma siccome ormai siamo tutti stanchi queste ultime tre saranno vaccate. Si parte con questa.
Sei l'erede di J.D. Salinger [e non intendo metaforicamente - sei proprio l'erede, quello che si becca le royalties]. Scopri che il vecchio ha scritto l'elenco del telefono su un milione di fogli di carta, a mano, per trent'anni, e nient'altro. A quel punto che fai? Paghi qualcuno per scrivere romanzi da rivendere come inediti di Salinger? Tenti di vendere anche l'elenco del telefono, infangando il nome del vecchio pur di spremere qualche soldo? Dici: "Niente da fare, ragazzi. Ma potete rileggervi quello che ha già scritto"?

EP: Mi stavo già schermendo (“ma no, ma che dici? Io? L’erede di JD?”), ché credevo intendessi artisticamente. La risposta è semplice: butto via tutto. Se sono l’erede di Salinger, non ho – evidentemente – problemi economici, e – se sono l’erede di Salinger – avrò anche un legame affettivo o familiare, con lui. Anche da non erede: penso che quello che ha scritto sia più che sufficiente. E del resto è quello che ha deciso lui, e rispetterei la sua idea. Quindi: niente da fare, ragazzi.

GB: Una volta [non so perché lo sto per dire - di sicuro me ne pentirò amaramente] ho fatto cilecca con una ragazza perché la situazione mi ricordava la scena di un libro. Lei ha detto una cosa, io ho pensato: "E' come in Sterne, quando la madre chiede al padre dell'orologio" e poi ho pensato: "Ma a che cazzo pensi in momenti del genere?" e è finita in un disastro.
Credi che abbia bisogno di uno specialista? 

EP: Be’, diciamo che l’identificazione dovrebbe procedere al contrario: leggo, visualizzo, rivivo ecc. Il tuo è un caso particolare: ribalti il riconoscimento. Quindi, sostanzialmente, immagini che la tua vita sia un libro. Hai due possibilità. La prima è curarti, la seconda scrivere un bestseller. Io, al posto tuo, opterei per la seconda. Decisamente.

GB: Nella prefazione del '64 al Sentiero dei nidi di ragno Calvino scriveva: "Il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto". Non hai mai pensato che, alla fine, avresti pure potuto fare il commercialista? 

EP: C’è un problema sostanziale: non riesco a mentire. Non è solo una questione etica. Il punto è che mi sono accorto presto di non avere alcuna memoria. Se non metto le chiavi di casa sempre allo stesso posto, non le trovo più. Per mentire devi ricordarti delle cazzate che hai raccontato: ci vuole un’ottima memoria. E per questo non posso fare moltissimi lavori. Tipo il commercialista – chi mai vorrebbe un commercialista che non sa mentire? Però mi piacerebbe fare il cuoco, o il falegname. Due lavori onesti. Per il secondo credo di non essere più in tempo. Il cuoco: non si sa mai...

3 commenti:

federico ha detto...

Ho un sogno ricorrente tutto sommato simile a quello di EP e l'altro giorno mi è capitato di parlarne con GB. Ho paura.

Anonimo ha detto...

son traumi, Fede :D

oh, ma perché leggendo il corsivo iniziale, sembra che c'ho 55 anni?

urge precisazione: sono del '75. gb dell'88. non siamo parenti. io sono più alto.

e-

Damiani ha detto...

Domattina vado a riprendere Debord.

In biblioteca. Qui nel borgo urbinate c'è una copia de "La società dello spettacolo" quasi in tutte le biblioteche!