Visualizzazione post con etichetta non avevo di meglio da fare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta non avevo di meglio da fare. Mostra tutti i post

giovedì 2 settembre 2010

Le prove dell'esistenza di Topolino



"Io, bambino com'ero, ne restavo assai impressionato e stupito."
- F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov

Ho ricevuto una Solida Educazione Cattolica. Uno zio prete, due genitori con un passato da catechisti, la messa ogni domenica che ha fatto Cristo, campi scuola parrocchiali [prima accompagnando i miei, poi da solo], due ore a settimana di catechismo in preparazione alla comunione [con l'aggravante di una catechista che era anche la mia maestra di italiano alle elementari, che spesso nelle ore in cui avrebbe dovuto spiegarci l'analisi logica ci parlava dell'Annunciazione - mai viceversa] e poi alla cresima [con l'aggravante di una catechista che era anche mia zia].
Non c'è bisogno di dire dei segni che tutto questo ha lasciato in me [e con "in me" non intendo certo "nel mio culo"], né che intorno ai quattordici anni ho sentito la necessità di leggere Voltaire e Nietzsche e di dire a un confessore: "Padre, il mio peccato è che non ho fede" - e non confessarmi mai più.
La mia separazione dalla Madre Chiesa è stata lenta, graduale e più tranquilla di quanto potessi mai sperare. Probabilmete mio zio prega perché la mia anima non bruci all'Inferno [non me l'ha mai assicurato] e mia madre ogni tanto borbotta "Certo, tu sei ateo!" come se dicesse "sei una testa di cazzo" [perché "testa di cazzo" è quello che vuole intendere veramente], ma ho avuto più problemi ad accettare di aver trascorso un bel pezzo della mia infanzia facendo cose che non hanno più senso per me ora, e facendole con passione e impegno [io ero quello che al catechismo scriveva le preghiere più belle, quelle che venivano lette a messa, nella pausa tra l'eucarestia e la benedizione finale]. 
Ho avuto anche qualche difficolatà a stabilire il grado di separazione. All'inizio pensavo che la fede fosse un dono che io non avevo ricevuto [che è il modo più cristiano di risolvere la faccenda]; poi di poter credere in Dio ma non nella religione come istituzione; poi di credere in Qualcosa, un'entità superiore che poteva essere di tutto, all'occorrenza. Dopo ho cercato di capire se dovessi definirmi ateo o agnostico, finché la risposta a questa domanda non è diventata "Chissenefrega" [risposta da agnostico?]. Alla fine, ho stabilito che il motivo per cui non posso essere religioso - il motivo base, quello da cui dipendono tutti gli altri miei dubbi - è che non posso evitare di pensare che Dio [qualunque dio] e la religione [una qualsiasi] siano un prodotto dell'uomo, e che non si possa pensar questo e contemporaneamente avere la certezza di essere parte del Creato. Si potrebbe obiettare che sì, è ovvio che la religione è un prodotto dell'uomo, ma ciò non toglie che alla base ci sia qualcosa di autentico e trascendente [il Dito che ha schiacciato il pulsante del Big Bang]. Che [a parte che al massimo si può parlare di "autentico spirito religioso", e che uno spirito religioso non può essere all'origine dello stesso Qualcosa che dovrebbe originarlo] è come dire che i romanzi di Liala sono paraletteratura ma ehi!, in principio era Omero.  

Ci credete che ho pensato quasi solo a queste cose mentre ero a Disneyland Paris?

mercoledì 9 giugno 2010

PO! POPPOPPOPPOPO! I'm a loser, baby / So, why don't you kill me

Il calcio mi annoia mortalmente e aspetto i Mondiali con lo stesso entusiasmo di una fiction di venti puntate su Camillo Ruini.
Questa frase mi ha fatto passare da insopportabile snob a mega-stronzo in ventidue parole, me ne rendo conto. Ma non ci posso fare nulla. E credetemi se vi dico che ci ho provato. Ho provato a farmi coinvolgere, ho provato addirittura a puntare sul nazionalismo, ma non è servito a niente. 


La parte in cui accampo scuse
Potrei dire che il mio problema è radicato nell'infanzia. Quando andavo a giocare sotto casa mi facevano sempre fare il portiere perché ero grasso e perché ogni volta che chiedevo di non stare in porta facevo delle tremende figure di merda [al livello dell'autogol]. Del resto, anche come portiere ero penoso perché non ero abbastanza grasso e non mi buttavo [buttatevici voi sopra l'asfalto rovente delle tre del pomeriggio].
A questo aggiungo: 1) una profonda avversione per la retorica calcistica [da quella da due soldi dei commentatori di RaiSport a quella intellettualoide di chi usa il calcio come metafora di qualunque cosa]; 2) nessuna simpatia per la Nazionale italiana, i cui successi, per quanto ne so io [NB: non ne so niente], sono inversamente proporzionali alla bravura in campo; 3) un concetto di noia del tutto personale [ché se vedere una partita di calcio di novanta minuti mi annoia, posso stare per due ore e mezza seduto sul bordo di una poltrona del cinema a vedere un film tedesco in bianco e nero ambientato nel primo dopoguerra come fosse tutto un unico cliffhanger]. 
Ma mi accontento pure di mega-stronzo.

venerdì 4 giugno 2010

Banfi, Bondi, Bart



Col Governo del "Non sono stato io" c'è da rimanere sempre sorpresi quando qualcuno si prende la briga di assumersi la responsabilità di qualcosa.
Per dire, due giorni fa era il due giugno, c'era la parata, a Roma. La parata militare, quella che manda in visibilio i vecchi, i nostalgici e qualche bambino di età compresa tra i cinque e sette anni: quella lì. Insomma, c'erano i carri armati che sfilavano, i cavalli che trottavano, quelli della Protezione Civile che salutavano e all'improvviso uno ha detto: "Fermi tutti! Fermi! Fermate il carroccio! Posate le alabarde! Maroni dove sta? Non l'ha chiamato nessuno? Possibile? Non gli avete lasciato nemmeno un post-it sulla scrivania? Gli facciamo uno squillo adesso?"
Ecco, il Ministro dell'Interno Roberto Maroni s'è perso la parata del due giugno. Qualcuno gli ha chiesto: "Com'è?" e lui gli ha detto: "Sei stupido? Sono tipo dieci anni che non ci vado! Per favore, lasciami in pace che inizia una replica di Nebbie e Delitti".

mercoledì 14 aprile 2010

Le recensioni su aNobii: la recensione

Forse l'avrete sentito, ma il prossimo Nobel per la pace potrebbe andare a Internet. [Inserire battuta contenente i seguenti elementi: internet, dinamite, porno, nobel]. Nel caso non dovesse essere insignita di tale riconoscimento, l'Internet sappia che per almeno una cosa ["oltre al porno", facoltativo] le siamo tutti riconoscenti: il coming out degli idioti.
E' solo grazie a Internet se, per la prima volta nella storia dell'Umanità, siamo davvero in grado di renderci conto di quanti stupidi popolino il pianeta. Internet ci ha dimostrato che dando a chiunque la possibilità di esprimersi e di farsi ascoltare, nessuno preferisce tacere  e lasciare che gli altri pensino che è un idiota. Proprio nessuno.
I social network - sancta sanctorum della demenza - ce lo confermano a ogni status update.

lunedì 12 aprile 2010

God hates us all



D: Dunque, da cosa possiamo cominciare? OK, intanto diamo il benvenuto a Laura Del Fiore. Ciao Laura.

R: Ciao ragazzi.

D: Laura Del Fiore, per chi non lo sapesse - ma chi non lo sa? - è la protagonista della fiction di successo di Raiuno Tutti Pazzi Per Amore, giunta alla seconda stagione. Giusto?

R: Esatto.

D: Ma oggi siamo qui per parlare del suo libro, perché Laura è anche scrittrice. Il libro si chiama Innamorate pazze, è edito da Rizzoli per la collana 24/7 e da poco è uscito in libreria. Allora, Laura, intanto ti chiedo perché sei passata a Rizzoli, lasciando l'editore che, nella serie, ti ha portata al successo, Castoni.

R: Beh, ecco, è più semplice di quanto si pensi. Castoni mi ha scoperta e gli devo il mio successo come autrice, ma in effetti non aveva una giusta distribuzione. A livello nazionale, dico. Principalmente, poi, è che non esiste.

D: Stai dicendo che una casa editrice senza una adeguata distribuzione è come se non esistesse?

R: No, no. Cioè, volevo dire che Castoni, come casa editrice, proprio non esiste.

mercoledì 7 aprile 2010

Προς τόν απαίδευτον καί πολλά βιβλία ωνούμενον, o Adversus indoctum et libros multos ementem



Marcello Dell'Utri fa cultura.
Quando non fonda partiti, non concorre esternamente in associazione mafiosa [in primo grado], non froda il fisco [patteggiamento] e non tenta estorsioni [prescrizione], Marcello Dell'Utri fa cultura.
È il presidente della Fondazione Biblioteca di via Senato - che è anche casa editrice di libri "meritevoli di essere letti e riletti", come: Filippo Facci, Fumo negli occhi. Le crociate contro il tabacco e altri piaceri della vita, pp. 208, € 14 -, è il fondatore del Circolo dell'Utri di Milano - che, nonostante il nome, si dedica ad attività culturali e del tutto legali -, è il fondatore e l'editore del "settimanale di cultura" Il Domenicale - che nella sezione Approfondimenti del sito web pubblica interventi dai titoli eloquenti quali "A morte i critici e i giovani scrittori. Sono loro, insieme agli autori impomatati e agli editor furbi furbi, i colpevoli del degrado culturale. Nel mondo dei magazine e della televisione vince la mediocrazia. Anche nella letteratura" e "La fine del 25 Aprile. Sessant’anni di liturgia resistenziale e di mistica antifascista non sono bastati a fare di questa data il simbolo dell’identità italiana, che forse vale la pena di fondare altrove" e ancora "LA CENA DEI CRETINI. La rivoluzione francese ci ha lasciato solo il sistema metrico decimale. In compenso, nei salotti dei philosophes illuministi si gettarono le basi del razzismo. Con buona pace dei tanti progressisti, orfani del comunismo, che oggi amano definirsi nipotini dei Lumi" e poi (non poteva mancare) "Ciao Darwin - Il crepuscolo dell’evoluzionismo. Al mito dell’uomo-scimmia non crede più nessuno. Per primi gli scienziati. Perché allora insistere?".

martedì 6 aprile 2010

Venti minuti (probabilmente)

E' il giovedì della Semana Santa: vado a vedere los passos. Marion ci invita a casa sua alla Macarena, in Calle Viriato, una traversa di Calle Feria, dove passa la più grande e bella delle processioni: quella della Virgen de la Macarena. Io non avevo mica capito. Sono migliaia di persone i figuranti e vanno in giro vestiti come quelli del kukulxklan (che in realtà hanno preso proprio da qui spunto per il loro abbigliamento), avvolti in manti neri, lividi, viola con un cono affilato, del colore della cappa, sulla testa. Alcuni vanno in giro a piedi nudi. Portano ordinatamente croci o ceri o niente. Si chiamano nazareni. Sono migliaia per ogni processione e vanno piano. A passo di processione, appunto. E sono tante le processioni, tante quante le chiese della città. Tante. E quando passa una processione la strada è chiusa e non puoi passare tu e c'è tanta gente a guardare e dura ore e se per caso capiti tra due vie, tra due processioni, rimani bloccato, anche molto a lungo.
[Federico Di Vita, Cronache da Siviglia]

lunedì 22 marzo 2010

Re: Re: Regina

Cara Regina,
sono rimasto particolarmente colpito dalle vicende che hanno scosso le Chiese di Irlanda e Germania. Mi riferisco ovviamente ai casi di pedofilia di cui tanto si parla in questi giorni. Ne sono rimasto colpito non solo perché ho ricevuto una solida educazione cattolica, ma perché uno dei membri della mia famiglia è un sacerdote.
Il fratello di mia nonna è il parroco del piccolo paese in cui sono cresciuto. Essendo mia nonna rimasta vedova molto presto, vive da quasi quarant'anni con il fratello, nella canonica. Questo per me ha significato (e significa) che ogni Pranzo della Domenica dalla Nonna si trasformasse (e si trasforma) nel Pranzo a Casa del Prete. Ora, Regina, non le sto a dire quali ripercussioni questo abbia avuto sulla mia crescita. Quello che mi ha fatto più riflettere in questi giorni è altro.
Ho realizzato che, nonostante il numero di preti coi quali, in tutti questi anni, ho diviso il pranzo sia incredibile, nessuno ha mai abusato di me.

lunedì 1 marzo 2010

Re: Regina

Cara Regina,
sono una studentessa universitaria ventitrenne della provincia di Milano che ha appena scoperto che probabilmente ha sbagliato tutto.
Ti spiego.
Ho sempre cercato - da quando non riesco più nemmeno a ricordarmelo - di essere diversa, di distinguermi. Il mio credo era riassumibile nel motto "non fare quello che fanno tutti", che presto diventò, più genericamente, "non fare quello che fanno gli altri".
Se le mie amiche dopo scuola non si perdevano una puntata di Dawson's Creek, a me infastidiva anche solo la sigla. Quando i pomeriggi di maggio loro infilavano le mani nei pantaloni dei fighetti della scuola, nascoste all'ombra del parco, io ero a casa a leggere All'ombra delle fanciulle in fiore. Da quando ho deciso che posso innamorarmi, non riesco a stabilire un rapporto che non sia costantemente in bilico, per non dover essere costretta ad ammettere che "ho un ragazzo" anch'io.

mercoledì 24 febbraio 2010

You can write books about anything

[Trovato qui]

giovedì 4 febbraio 2010

Guida per proteggere i tuoi santi

Ieri sera mi ha chiamato mia sorella [undici anni a marzo] e mi ha detto: "Hai visto Morgan?".
Mia sorella conosce Morgan perché guarda X-Factor. Per lei è uno della tv come quelli che leggono il telegiornale e Milly Carlucci. Forse l'ha visto una o due volte cantare, ma questo certo non basta a fare di lui un musicista, ai suoi occhi.
Stiamo seriamente parlando di Morgan?
Sì.
Primo, perché, da mia sorella decenne al Ministro della Difesa della Repubblica Italiana, tutti se ne sono occupati.
Secondo, perché l'affaire Morgan ci permette di fare luce su un momento molto delicato nella vita di ognuno, ovvero quando dobbiamo o ci sentiamo in dovere di difendere i nostri idoli.
Può succedere che si stimi qualcuno fino al parrossismo. L'oggetto di questa stima parossistica [adoro questo aggettivo] viene comunemente definito mito, o idolo. Dunque, può succedere anche che questo mito o idolo si cacci in qualche guaio. E non c'è bisogno che il mito/idolo sia in vita per farlo. Avete presente Pio XII? Bene.
Il caso di Morgan, a questo punto, ci è utile per la sua tipicità: il musicista rock/alternativo che dichiara di fare uso di sostanze stupefacenti. Un classico.
Ora, la sua posizione risulta leggermente aggravata dal fatto che negli ultimi anni Morgan è diventato un "personaggio televisivo", come si accennava all'inizio. Ma quello su cui ci concentreremo adesso è il modo in cui possiamo giustificarlo, o meglio, il modo in cui i suoi fan - le compiacenti bignardette (cit.) - possano farlo senza rendersi ridicoli.

Il modo sbagliato

Una delle strade più battute è stata quella della denuncia dell'ipocrisia. Morgan, nuovo Prometeo infiltratosi nel mondo degli Dei del Potere Televisivo, ha donato a noi tutti il fuoco della Verità, dell'Onestà, e senza ipocrisia si è rivelato per quello che è: un drogato.
Senza dubbio, nel sistema di valori delle società occidentali post-industriali, la sincerità è un valore positivo, ma in tal caso genera un paio di conseguenze poco piacevoli: 1) dire che Morgan è l'unico così sincero da ammetere di fare uso di droga implica che tutti gli altri invece lo facciano senza avere il coraggio di ammetterlo: sono due calunnie al prezzo di una; 2) basta confessare un crimine a renderlo meno grave? Se rubate una macchina e poi lo andate a dire ai Carabinieri, lo sconto della pena è per il favore che gli fate, non perché avete toccato il cuore del maresciallo.
Un'altra delle scuse più gettonate - nonché la più ovvia - è stata: Morgan è un musicista, un artista. Dovremmo smettere di ascoltare i Beatles perché si facevano le canne?
Per scrupolo di coscienza devo dire che Morgan come cantautore non mi è mai piaciuto. Mai. Ma questo non è importante. E' invece importane come questa strategia difensiva resusciti la figura dell'Autore, che credevamo morto da almeno quarant'anni.
Se infatti non si può giudicare [giudicare, che brutta parola. Di sicuro qualcuno sarà saltato sulla sedia leggendo giudicare. Noi non giudichiamo. E' questo che ci insegnano la religione e i programmi della De Filippi: non giudicare] se non si giudica, dicevo, un artista per il suo comportamento come uomo, allora non possiamo distinguerlo dalla sua opera, e l'opera acquista valore in relazione all'artista e non indipendentemente da esso. In altre parole, se ascoltiamo Transformer non dobbiamo ignorare che Lou Reed non riusciva neppure a stare seduto da solo mentre lo registrava, e che da Lou Reed, dal lui e basta, deriva la bellezza di Perfect Day, Walk on the Wild Side e Satellite of Love [come dalla gobba deriva il pessimismo cosmico].
Se così fosse, non potremmo trovare divertenti le commedie di Oscar Wilde se questi non fosse stato la checca pazzerella che tutti conosciamo, e, se John Lennon avesse fatto il bravo, invece di Lucy in the Sky with Diamonds ascolteremmo Sandy Eats Raw Tartar.
Sul rapporto droga-artista [un'idea tanto radicata quanto quella per cui i giovani, vittime di omicidio, erano simpatici allegroni pieni di amici e con un ardente entusiasmo per la vita (cit.)], rimando al saggio The Poet di Ralph Waldo Emerson.
Sulla difesa basata su: Morgan è un musicista, parliamo della sua musica, piuttosto, rimando al mio saggio intitolato La civiltà della vergogna, la civiltà della colpa, la civiltà berlusconiana.

Il modo giusto

Abbiamo dato un'occhiata agli errori più comuni in cui si può incappare cercando di riabilitare l'oggetto della propria stima parossistica [sì]. Vediamo ora quale può essere un approccio più corretto.
  • Lo hanno obbligato a farlo: sembra una scusa banale ma non lo è. Soprattutto, può essere arricchita di particolari che vanno dal pietismo ("Davvero, non voleva, poverino, mi fa una pena! Pensa che è pure astemio.") al complottismo ("Guarda, non si sa bene chi l'ha costretto, ma di sicuro è gente molto in alto, gente coi soldi. Ma scusa, uno che fa il cantante secondo te come se la potrebbe permettere la cocaina?").
  • Già si starà disintossicando: semplice. Bypassando il problema si punta tutto su una probabile - ma niente affatto certa - soluzione (vd. anche Leggi sull'immigrazione clandestina).
  • Ritirata: consiste nel ritrattare ogni affermazione di stima nei confronti del proprio idolo. Precedenti illustri: San Pietro, Gianfranco Fini.
  • La sua religione glielo impone: variante metafisica del primo punto. Impossibile controbattere senza abbattere tutte le divinità.

lunedì 1 febbraio 2010

Ultimo giorno dell'ultima licenza


Essere a Cornish, nello studio di J.D. Salinger, fa un po' lo stesso effetto di toccarsi nella sagrestia di una chiesa.
Siamo qui su invito di Phyllis Westberg, l'agente, Marcia B. Paul, l'avvocato, e Matt, il figlio. Io, in realtà, ci sono per sbaglio. Tornavo a casa dopo essere stata alla presentazione dell'iPad quando il mio aereo è stato fatto atterrare nel New Hampshire causa allarme-bomba [ma era solo un calabrese che non riusciva ad abbottonarsi i pantaloni]. Chiedendo informazioni per l'Holiday Inn più vicino sono finita in quello in cui alloggiavano gli emissari del maggiore gruppo editoriale italiano, che quando hanno visto che me la cavavo bene con l'inglese mi hanno chiesto di accompagnarli. "Ma tanto a gesti ci saremmo fatti capire lo stesso", hanno sottolineato.
Lo studio dello scrittore, dicevo, mette in soggezione. Le pesanti tende di velluto nero alle finestre, i numerosi papiri in sanscrito accatastati ovunque, una serie di barattoli di vetro che sembrano contenere urina, un orologio rotto, un teschio: tutto questo, sommato al forte odore di incenso e brillantina, rende l'ambiente forse poco adatto alla riunione. "Del resto", ci spiega il figlio, "tutte le altra stanze le abbiamo affittate a studenti della Dartmouth".
Tutto sommato non si sta stretti. I convenuti sono giusto una decina: c'è l'editor di Little, Brown & Co., un paio di persone da Hachette, due per HarperCollins, i due tizi del maggior gruppo editoriale italiano insieme a me, un signore tutto vestito di nero per Bertelsmann, e per Random House, Knopf e Pantheon un'altra persona.
"Dunque", esordisce l'agente, "siamo qui riuniti, oggi, per parlare degli inediti di J.D. Salinger. Cominciamo col dire che Salinger, Dio lo abbia in gloria, non ha più messo mano al testamento dalla metà degli anni Cinquanta, il che vuol dire che la persona che, stando al suo volere, dovrebbe curare la pubblicazione di questi inediti è Ernest Hemingway. Tutti quelli che, secondo le sue indicazioni, avrebbero potuto farlo al posto di Hemingway sono morti. Perché Salinger non abbia stilato un nuovo testamento dopo il '61 non ci è dato saperlo", e guarda di sottecchi l'avvocato, "fatto sta che, in accordo coi famigliari, si è deciso di mettere tutto in mano al miglior offerente. Questa però non è un'asta. L'asta dovrebbe tenersi tra qualche mese a New York, al Madison Square Garden. Oggi avrete solo un'anteprima, un assaggio di questi manoscritti."
Si ferma. Osserva l'uditorio. Inforca gli occhiali. L'unico rumore nella stanza è la musica dei Panic at the disco che viene da una delle camere affitate agli studenti.
"Allora", riprende, "cominciamo col dire che gli inediti veri e propri sono diciassette. Dico veri e propri perché sembra che negli ultimi trent'anni Salinger non abbia fatto altro che ricopiare pari pari, a mano, tutti i classici della letteratura. C'è il manoscritto di Guerra e Pace, quello della Recherche, quello del Decameron, quello del Don Chisciotte e molti altri. Comunque organizzeremo un'asta anche per questi. Non si sa mai", sorride.
"Gli inediti veri e propri, dicevo, sono diciassete. Di cosa si tratta? Romanzi, tre; il resto sono racconti, la maggior parte lunghi. Vi dico subito che non c'è il Grande Romanzo della famiglia Glass, come qualcuno forse s'aspettava, ma dieci dei quattordici racconti parlano di loro. Uno, intitolato The middle passage of the old ladies, ha per protagonisti i gemelli Walt e Waker. Waker torna in un altro racconto lungo in cui è la voce narrante e descrive la sua vita al convento e le sue avventure prima dell'ordinamento. C'è un racconto intitolato Zachary Martin go to America che parla delle prime esperienze di Zooey a Hollywood e ce n'è un altro sulle prime esperienze lesbo di Franny. C'è un racconto, Beatrice getting married, in cui Buddy racconta del divorzio di Boo Boo, causato dalla pubblicazione di un racconto dello stesso Buddy - un altro degli inediti, nella realtà - in cui parlava di una scappatella della sorella. Tre dei racconti sono tutti su Buddy: in uno lo vediamo mentre prepara una lezione da tenere al college femminile, in un altro mentre abborda una studentessa dopo la lezione, nel terzo mentre è casa con la studentessa per, insomma, ci siamo capiti. Il racconto lungo forse più interessante sulla saga Glass è quello che si chiama proprio Glass. Nel 1949 Buddy, Waker, Boo Boo, Franny e Zooey sono tutti riuniti sotto lo stesso tetto, nella casa di famiglia; chi per un motivo, chi per un altro. La madre Bessie sta cercando di divorziare da Les, che ha cacciato di casa, ma questi approffita della famiglia riunita per tornare dalla moglie con la scusa di avere una malattia terminale. Qui l'ironia salingeriana è al massimo", sorride.
"Per quanto riguarda i racconti non-Glass, invece, accenno solo a quello che vede protagonista Esmé, che avevamo lasciato bambina e ritroviamo adulta, mentre va all'ospedale ad abortire."
Si ferma per bere un bicchiere d'acqua.
"Ora veniamo ai romanzi. Quello per il quale sarete disposti a spendere di più è il sequel del Giovane Holden".
L'uditorio è percorso da un brivido.
"Ebbene sì", riprende l'agente, "c'è un seguito. Si intitola Tatcher and french fries. Holden è un anziano signore che vive nel New England, si è sposato più volte ma ora è solo, accudito dall'amorevole figlia. Il romanzo è concentrato tutto in una giornata, quella in cui Holden scopre che la figlia sta girando un documentario su di lui da presentare al Sundance. A proposito, è davvero spassosa la descrizione del festival - altro che phony, ne sentirete delle belle. Comunque, dicevo, la figlia vuole andare al Sundance con questo documentario sui vecchi che una volta erano persone fantastiche e invece da vecchie sono solo vecchi. La figlia è una psicologa famosa. E lui scopre i suoi piani e, be', non posso mica raccontarvi come finisce, no?"
Il tizio di Little, Brown & Co. ride nervoso.
"Gli altri due romanzi. Parliamo degli altri due romanzi. Allora, uno si chiama Here comes the sun, è lungo cinquecentosessanta pagine e più o meno è la storia del viaggio in India dei Beatles. L'io narrante è il guru Maharishi Mahesh Yogi. L'altro romanzo è molto particolare. Un uomo, uno scrittore, è in piena crisi creativa e deve preparare delle lezioni da tenere in una prestigiosa università, il che rappresenta un'occasione per riflettere su tutto il suo lavoro fatto finora. Mentre è in vacanza al mare, però, muore, ma un attimo prima di chiudere gli occhi per sempre si ricorda che in uno dei suoi libri il portagonista faceva la sua stessa fine: praticamente la sua morte lui l'aveva già scritta. Allora quest'attimo si dilata sempre di più e la vita dell'uomo e quella dei suoi personaggi si fondono e si mischiano e si perde totalmente il confine delle cose e, ecco, è un bel casino. E con questo casino chiudiamo il nostro incontro di oggi. Grazie di essere venuti. Speriamo di vedervi tutti al Madison Square Garden".
Prima di togliersi gli occhiali chiede: "Ci sono delle domande?"
Uno dei due emissari del maggiore gruppo editoriale italiano mi sussurra qualcosa all'orecchio e io traduco: "C'è una domanda per Matt Salinger. Ha mai pensato di scrivere qualcosa sulla sua esperienza come Capitan America?"

venerdì 29 gennaio 2010

Anche i boa strangolano

Ieri sera ho masterizzato un disco mp3 [è così che dicono i ragazzi?] da ascoltare in macchina e sono andato da Blockbuster.
Già dal parcheggio sembrava ci fosse più gente di quanta mi sarei aspettato di trovare alle sei di un giovedì qualunque. Appena sono entrato ho riconosciuto uno, alla cassa, un mio compagno di classe del liceo. Nonostante fosse di spalle e non lo avessi più visto [di spalle o di fronte] da almeno un paio d'anni, non ho avuto il minimo dubbio che fosse lui. Stesso cappotto, stesso taglio di capelli dei tempi della scuola: era lui, e io di corsa sono andato a nascondermi tra gli scaffali, sperando che non si fosse accorto di me. A dir la verità ne ero sicuro, e il fatto che fosse alla cassa mi tranquillizzava perché voleva dire che se ne astava andando. Mi sono già ritrovato in situazioni simili: so cosa fare.
Ovviamente le copie di Up erano tutte già prese. Ho ripiegato sull'ultimo Tarantino, ché tanto volevo rivederlo in versione originale.
Quando è arrivato il mio turno alla cassa, mentre cercavo la tessera nel portafogli, ho avvertito la presenza di qualcuno dietro di me. Imprudentemente mi sono voltato e l'ho guardato, lui, l'ho guardato bene. In quella frazione di secondo aveva la testa girata dall'altra parte così non mi ha visto. Era come in quel film coreano col tizio che in carcere impara a diventare invisibile - se non mi ricordo male. Era difficile che non mi riconoscesse: stesso cappotto anch'io. La barba e gli occhiali non credevo che sarebbero bastati a nascondermi.
La cassiera ci ha messo una vita. Mi ha dato il resto. Mi ha dato lo scontrino. Era lentissima. Ha detto: "Va riconnsegnato entro sabato mattina". Io ho detto: "Grazie, ciao", e sono uscito. Mentre la porta si chiudeva ho sentito lui che diceva: "Prendo questo". Ho sentito la sua voce.
In macchina ho alzato il volume per l'unica canzone di tutto il disco che volevo veramente ascoltare. Si chiama Silver Soul, è dei Beach House. Secondo me è perfetta. [All'inizio volevo scrivere solo della canzone, invece sto scrivendo un po' di me. Non so che dire].
Il vocabolario dice che la perfezione è "il grado qualitativo più elevato, tale da escludere qualsiasi difetto e spesso identificabile con l'assolutezza o la massima compiutezza." Viene dal latino perfectionem, derivato da perfectum, "compiuto" [participio passato di perficere, composto di per, "fino in fondo", e facere, "fare"]. Il contrario di perfezione è imperfezione.
Ieri sera ho pensato che il contrario di perfezione è anche quando tutto è assoluto, tutto è compiuto, senza ostacoli, solo che è vuoto. Quando tutto quello che fai, che fai sempre, tutti i giorni, serve a una cosa che non sai cos'è, ma se ci pensi scopri che è sbagliata. Quando fai fino in fondo e il fondo è un buco nero.

Ho sentito qualcuno dire che uno dei modi più "umani" di uccidere un uomo è lo strangolamento, per via dei pollici opponibili. Però anche i boa strangolano, e dato che loro non hanno pollici, né mani, né niente, c'è da dubitare che siano gli unici altri animali oltre l'uomo capaci di farlo. Forse solo i pesci è davvero impossibile che ci riescano.
Quando si dice "animali" non mi vengono mai in mente, i pesci.

mercoledì 20 gennaio 2010

Generatore di Post Ironistico-Sentimentali "Pulsatilla 9000" | Test 0.1

C'è un momento magico nella vita di ogni studentessa universitaria che si chiama: Attesa Prima di un Esame.
Cioè, forse non è così proprio per tutte. Magari voi siete di quelle che smettono di lavarsi i capelli due mesi prima dell'appello, o impongono a sé e al proprio ragazzo l'astinenza per poi darla al primo che capita giusto la sera prima, così, "per scaricare la tensione". Comunque, tu, unica, che non sei tra queste, sai a cosa mi riferisco.
Parlo di quella intesa che si crea tra te e un ragazzo che non avevi mai visto prima, oppure che avevi visto ma avevi preferito dimenticare, mentre insieme aspettate di essere chiamati dall'assistente del professore che di sicuro storpierà il tuo cognome.
Chiaramente, affinché questo avvenga, devi essere sicura di non incontrare nessuno che già conosci, in particolare quella mezza matta che al corso si sedeva sempre vicino a te per parlare dei suoi problemi con le coinquiline e poi chiederti una fotocopia dei tuoi appunti. Devi anche stare attenta a non attirare l'attenzione di una delle studentesse che si identificano nelle tipologie prima accennate. Se sarai brava, forse l'unico studente interessante presente si siederà sul pavimento lurido del corridoio del dipartimento di italianistica accanto alla panchina dove sei seduta tu.
Dico forse perché se sei iscritta a una facoltà come Lettere sai meglio di me quanto sia difficile trovare ragazzi che non siano gay, freak, o buzzurri del basso Lazio che frequentano la Città Universitaria solo per le canne e le studentesse di Scienze della Cominicazione. Magari sei scettica, starai dicendo "Sì, i soliti stereotipi". Be', non vorrei deluderti, ma, ecco, è esattamente così.
Tornando a noi, diciamo, per ipotesi, che del tutto ipoteticamente un ragazzo che potrebbe fare al caso tuo ti si avvicini.
Tu sei lì che fai finta di ripassare e lui ti chiede: "Sei qui per l'appello di ***?". Rispondi di sì.
A questo punto, le possibilità sono tre:
1) vuole solo sapere se si trova nell'edificio giusto;
2) vuole scambiare quattro chiacchiere con l'unica ragazza che potrebbe fare al caso suo (cioè che non sembra lesbica, troppo zoccola, troppo timorata di Dio o troppo timorata del trenta e lode);
3) vuole che qualcuno gli ripeta quello che lui non ha studiato bene.
Se ti trovi di fronte a un 2 (e anche se ci fosse un pizzico di 3 non sarebbe poi la fine del mondo) ce l'hai fatta.
[Certo, su tutto il procedimento va apposto il bollino "e viceversa": puoi benissimo essere tu a fare la prima mossa. Tutto dipende da chi arriva prima.]
Per farlo sentire a suo agio gli dici che non sai niente, che più ripassi più ti sembra di non ricordarti nulla. "Le date, poi... se me le chiede è la fine".
Come previsto, lui ripete esattamente le stesse cose. Certo, non sai ancora se è serio o se, come te, è cosciente del fatto che alla fine prenderà un voto comunque superiore al ventotto. Decidi che è meglio approfondire. Spari date e nomi a caso.
"Qual era il romanzo uscito nei Gettoni?".
"Oddio, non mi ricordo dov'era stato prima di laurearsi in Lettere".
"I capitoli erano dodici o quindici?".
Se le risposte sono per lo più giuste, questo ragazzo ha tutto.
Dalla materia passate a parlare dei vostri assurdi metodi di studio. Lui ti dice che alla fine si ricorda solo le cose più stupide. Gli basta leggerle una volta, senza sottolinerarle e niente, e se le ricorda per sempre. "Tipo, mi ricordo che l'aspirapolvere è stata inventata nel 1908". Tu sorridi, anche se sai che non c'è motivo per farlo. Continuate a ricoprirvi di ridicolo e a ridere dove non serve finché non tocca a lui. Gli dici "In bocca al lupo". Lui non ti risponde. Ti viene in mente come per la prima volta da settimane che oggi hai un esame.
Quando entri nell'aula in cui il professore interroga trovi lui che verbalizza il suo voto con l'assistente. Vi guardate. A gesti gli chiedi com'è andata. Lui sorride. Se quando uscirai da quell'aula lo troverai ad aspettarti, be', ecco, ci siamo capite.
Il professore ti regala un trenta. L'assistente sbaglia a scrivere luogo e data di nascita sul verbale, corregge e ti fa firmare. Prendi il foglio, saluti e esci.
Lui è ancora lì.
"Com'è andata?".
"Bene. Trenta. Tu?".
"Trenta e lode".
Ok, forse ha esagerato, ma non ti importa. Una ragazza ti assale. "Allora? Te l'ha chieste le fasi? Che t'ha chiesto? Te l'ha chieste le fasi?". Lui dice "Andiamo?". Lo segui. Ovviamente non sai dove state andando.
Ti porta in giro per dipartimenti dei quali tu non potevi nemmeno immaginare l'esistenza. Parlate, ridete. Ricordati solo di mantenere un certo contegno.
Incontrate una persona che conoscete tutt'e due. La salutate. Quando ve ne separate lui dice "*** mi mette sempre una certa ansia", che è esattamente la cosa che tu pensi di ***.
Uscite dalla facoltà. Dici: "Comunque non ci siamo nemmeno presentati".
"Infatti".
"Io sono [inserisci il tuo nome]".
"Piacere, ***".
"Va be', adesso devo andare, il mio ragazzo mi apetta qui fuori".

lunedì 4 gennaio 2010

La prima interessantissima querelle letteraria dell'anno

Suscita scalpore il progetto lanciato dal blog della casa editrice romana Minimum Fax, minima&moralia: creare una Lega delle piccole e medie case editrici che popolano la penisola, la Pli'n'Plì (da Più libri. Più liberi, la fiera della piccola e media editoria che si tiene ogni anno proprio a Roma). Secondo gli ideatori dovrebbe essere "un'occasione unica di autocoscienza, la creazione di una rete di scambi di idee e manodopera a basso costo - magari di stagisti". Dopo solo un'ora dalla pubblicazione del post in cui si parla della Pli'n'Plì, sono quindicimila gli editori che si dimostrano interessati: una piccola parte, che lascia però ben sperare.
Quando le case editrici che aderiscono toccano quota quarantamila (un terzo del totale) e a Minimum Fax si preparano a brindare, sorgono le prime complicazioni. Un anonimo traduttore di manuali di self-help denuncia che, sottoscrivendo il patto-Minimum (o, come viene presto ribattezzato, il MinCulPax), tutte le traduzioni dall'inglese e "da altre lingue da concordare con gli editori stranieri" sarebbero state affidate a Martina Testa. Da Ponte Milvio non arrivano smentite: in effetti, la clausola-Testa si ritrova in una minuscola nota a piè di pagina nel PDF dello statuto della Lega Pli'n'Plì scaricabile dal loro sito, nota leggibile solo quando Adobe Reader non fa le bizze. Con la scoperta di altre note simili a questa, non tardano ad arrivare altre polemiche.
Gianni Biondillo su Nazione Indiana scrive: "VOGLIO NOMI E COGNOMI! Voglio prove, documenti, fatti, non sottintesi, ammiccamenti, strizzatine d’occhio". Gilda Policastro, sullo stesso blog, ribatte: "Nomina sunt consequentia rerum". Dalle pagine del Primo Amore, Carla Benedetti commenta: "È una mania tutta italiana quella di fabbricarsi dei piccoli teoremi storico-epocali per magnificare ciò che si fa". Per Wu Ming I si tratta di: "Gente ancora convinta di trovarsi all’epicentro dei processi di legittimazione culturale, quando invece è ai margini estremi di una periferia dei discorsi e - soprattutto - delle pratiche. Tutto avviene già altrove". Vibrante la denuncia di Loredana Lipperini: "Un tantino desolante".
Mettendo insieme i pezzi viene fuori che il vero progetto di Minimum Fax è quello di asservire l'intero complesso della piccola e media editoria, allo scopo di pubblicare libri i cui titoli, letti uno di seguito all'altro, formino l'opera omnia di Raymond Carver. Per esempio, la casa editrice Nutrimenti sarebbe stata costretta a pubblicare un volume sulla politica italiana degli ultimi vent'anni dal titolo C'era questo cieco; Un amico di mia moglie sarebbe stato, per contratto, un libro di Giulio Perrone; per la collana "Haiku" di Empiria sarebbe uscito Che doveva arrivare per passare; La notte da noi sarebbe stato un romanzo ambientato nel mondo delle gang-bang edito da Las Vegas Edizioni.
Tocca a Luca Briasco risolvere la questione. Ospite di Fabio Fazio, l'editor Einaudi propone di sacrificare una ciocca della sua folta capigliatura pur di vedere ristabilito l'ordine tra i Piccoli Editori e i Medi Editori (nel frattempo scissi in queste due fazioni - i primi invocando la bancarotta per Minimum Fax, i secondi puntando alla bancarotta fraudolenta). Si arriva ad un accordo: portavoce delle case editrici (solo uno ciascuna, altrimenti non c'è spazio) si riuniscono allo Stadio Olimpico di Roma. Al centro del campo, un paio di forbici posate su un'ara e Luca Briasco con una mantellina rosa da coiffeur. Le lame, ora brandite dalla parrucchiera Cinzia, scintillano ai flash dei reporter di Nuovi Argomenti e TuttoLibri, quando un dirigibile targato ilmiolibro.it oscura il cielo sopra lo stadio gremito. Dal dirigibile iniziano a cadere degli oggetti. Sembrano fogli di carta, da lontano - ma no, sembrano libri, agende, lettori dvd, iPhone.
Sbagliato: sono e-book reader.

giovedì 17 dicembre 2009

Dieci anni fa eravamo bambini

di  lia, gb, mt e ludmilla

In una delle riunioni di redazione più sanguinose della storia [come se noi facessimo davvero delle riunioni di redazione - come se tutto questo fosse vero], abbiamo scelto l'immagine che secondo noi meglio rappresenta questo decennio agli sgoccioli così com'è trascorso in Italia.
Ora, è ovvio che liste, canoni, elenchi, simboli sono sempre arbitrari e opinabili e questo e quello. Noi volevamo un'immagine [e volevamo che fosse un'immagine] che riguardasse potere, televisione [questo è stato un decennio televisivo, nonostante quello che dicono i proprietari di Mac. C'è gente che ancora non sa cosa sia Facebook. Lo giuro, l'ho vista], maschile e femminile, alto e basso, ironia, quel "lo so che non è vero ma è così", vuoto, una memoria condivisa, stupidità e un sacco di altre cose. Cose che sì, in questa immagine ci stanno.



[Uomini e Donne va in onda dal 1996 - l'avreste detto? -, ma il programma com'è adesso è nato nel 2001. Da quest'anno il termine "tronista" è entrato a far parte del dizionario Zingarelli.]

giovedì 10 dicembre 2009

[il collare del re]

di  lia, gb, mt e ludmilla

Drugs won’t change you
Religion won’t change you
Science won’t change you
Looks like I can’t change you
I try to talk to you, to make things clear
But you’re not even listening to me
And it comes directly from my heart to you
-- Talking Heads, Mind

A questo punto dovremmo dire chi siamo, cosa vogliamo fare, per quale motivo dovreste star qui a perdere tempo.
Forse, prima o poi, dovremo farlo davvero.
Per ora no.
Le definizioni sono illusorie.
Siamo qui per divertirci.
Perché i blog sono divertenti, giusto?